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luís soares

Blog do escritor Luís Soares

Cesare Pavese - Mania di solitudine

Mangio un poco di cena seduto alla chiara finestra.
Nella stanza è già buio e si guarda il cielo.
A uscir fuori, le vie tranquille conducono
dopo un poco, in aperta campagna.
Mangio e guardo nel cielo - chi sa quante donne
stan mangiando a quest'ora - il mio corpo è tranquillo;
il lavoro stordisce il mio corpo e ogni donna.

Fuori, dopo la cena, verranno le stelle a toccare
sulla larga pianura la terra. Le stelle son vive,
ma non valgono queste ciliege, che mangio da solo.
Vedo il cielo, ma so che fra i tetti di ruggine
qualche lume già brilla e che, sotto, si fanno rumori.
Un gran sorso e il mio corpo assapora la vita
delle piante e dei fiumi e si sente staccato da tutto.
Basta un po' di silenzio e ogni cosa si ferma
nel suo luogo reale, così com'è fermo il mio corpo.

Ogni cosa è isolata davanti ai miei sensi,
che l'accettano senza scomporsi: un brusío di silenzio.
Ogni cosa, nel buio, la posso sapere
come so che il mio sangue trascorre le vene.
La pianura è un gran scorrere d'acque tra l'erbe,
una cena di tutte le cose. Ogni pianta e ogni sasso
vive immobile. Ascolto i miei cibi nutrirmi le vene
di ogni cosa che vive su questa pianura.

Non importa la notte. Il quadrato di cielo
mi susurra di tutti i fragori, e una stella minuta
si dibatte nel vuoto, lontano dai cibi,
dalle case, diversa. Non basta a se stessa,
e ha bisogno di troppe compagne. Qui al buio, da solo,
il mio corpo è tranquillo e si sente padrone.

***

Passion for Solitude

By Cesare Pavese
Translated By Geoffrey Brock

I’m eating a little supper by the bright window.
The room’s already dark, the sky’s starting to turn.
Outside my door, the quiet roads lead,
after a short walk, to open fields.
I’m eating, watching the sky—who knows
how many women are eating now. My body is calm:
labor dulls all the senses, and dulls women too.

Outside, after supper, the stars will come out to touch
the wide plain of the earth. The stars are alive,
but not worth these cherries, which I’m eating alone.
I look at the sky, know that lights already are shining
among rust-red roofs, noises of people beneath them.
A gulp of my drink, and my body can taste the life
of plants and of rivers. It feels detached from things.
A small dose of silence suffices, and everything’s still,
in its true place, just like my body is still.

All things become islands before my senses,
which accept them as a matter of course: a murmur of silence.
All things in this darkness—I can know all of them,
just as I know that blood flows in my veins.
The plain is a great flowing of water through plants,
a supper of all things. Each plant, and each stone,
lives motionlessly. I hear my food feeding my veins
with each living thing that this plain provides.

The night doesn’t matter. The square patch of sky
whispers all the loud noises to me, and a small star
struggles in emptiness, far from all foods,
from all houses, alien. It isn’t enough for itself,
it needs too many companions. Here in the dark, alone,
my body is calm, it feels it’s in charge.

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